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lunedì, 31 gennaio 2005
Siccome sono magnanimo, elargisco tre numeri da giocare Mercoledì 2 febbraio 2005 sulla ruota di Bari: 34 - 77 - 49
domenica, 30 gennaio 2005
Chi, cantando Rimmel, quando c'è la parte "chi mi ha fatto le carte, mi ha chiamato vincente...", non ha mai cantato almeno una volta, così per giocare: "chi mi ha fatto le carte, mi ha chiamato Vincenzo." Chi!? Chi!!!?? 
(i 4 assi, bada bene, di un colore solo)
sabato, 29 gennaio 2005
È inutile negarlo, la maggior parte dei blogger si nasconde dietro una maschera. I blogger sono individui che, celati dietro un monitor, possono permettersi di sovrapporre menzogne su menzogne, piegandosi a un servilismo languido quanto patetico, elemosinando l’approvazione della comunità. Io mi dissocio da questo malcostume. Se voglio continuare a guardarmi serenamente allo specchio la mattina, non posso accettare questi compromessi. E se manifestare verità scomode mi emarginerà da questa sotto-società, pazienza. Per lo meno avrò dimostrato a me stesso di possedere un po’ di spina dorsale in più. Per quanto mi sforzi, non posso proprio tacere su una cosa che, con mia grande sorpresa, ho appreso questo dicembre appena trascorso. Molti già lo sanno, altrettanti fanno finta di niente e tutti mentono, prendendosi gioco persino dei propri figli. Qualcuno rimarrà frastornato dalle mie parole, lo capisco, ma è arrivato il momento di strappare questo pesante drappo di falsità: Babbo Natale non esiste!
venerdì, 28 gennaio 2005
Basta strumentalizzazioni... Vi ricordo che potete giocare a L'Eredità anche col cellulare... E' buono qui, è buono qui... l'amore della terra dà sempre buoni frutti... Intense emozioni... Srotoli, condisci e inforni... devo smetterla di scrivere post quando ho la televisione accesa.
giovedì, 27 gennaio 2005
domanda: quanto vive un blog?
Ho notato che molti blogger iniziano i loro post rendendoci partecipi della musica che stanno ascoltando in quel momento. Proverò anch’io.
(On the air: Chissà se va - Raffaella Carrà) … Ecco, mi sono già giocato la credibilità del post.
mercoledì, 26 gennaio 2005
È vero che quando uno è fidanzato, egli risulta essere più bello? Sin dalla notte dei tempi circolano strane teorie che asseriscono che se uno ha la ragazza è stranamente più attraente. Molte sono, infatti, le persone che si lamentano circa l’aumento di occasioni capitate proprio quando uno è ammogliato (molti altri non si pongono il problema). Ma da dove derivano queste teorie? Alcuni dicono che è semplicemente una questione psicologica intrinseca nel ragazzo, nella quale scatterebbero dei meccanismi che fornirebbero maggiore spavalderia riguardo certe dinamiche sociali. La teoria sposerebbe quell’altra, parallela, che sottolinea come il single, in taluni casi, manifesti un’aria da sfigato. Altre teorie fanno riferimento a qualcosa di meno concreto, sfociando nel misticismo etereo; in questi casi si parla di un’aura che circonda l’individuo, un po’ come l’aura dei cavalieri jedi quando passano a miglior vita: il loro corpo viene avvolto da un alone luminescente. Nel nostro caso l'alone è visibile solo agli occhi di alcune ragazze. Ma queste sono, appunto, solo teorie. Io oggi dimostrerò, in maniera logica e inequivocabile, come il fatto di avere una partner ci porti a essere effettivamente più belli. Per la dimostrazione dell’assioma ricorrerò a un semplice sillogismo: Io vivo una relazione con una ragazza – Qualsiasi ragazza io abbia mai avuto in vita mia, ha la malsana abitudine di trastullarsi levandomi i punti neri sul viso – È oggettivamente dimostrato che un viso senza punti neri è un viso esteticamente più apprezzato dalla comunità – Essendo il mio viso più bello, e vivendo, questo, un rapporto di reciprocità e di interdipendenza con il mio essere totale, si può quindi tranquillamente asserire, senza possibilità di smentite, che io sono più bello. Ergo: quando io vivo una relazione con una ragazza sono più bello.
martedì, 25 gennaio 2005
The Last Waltz (appunti Warp 8 di un neo fico d’indiablogger – ovvero: uno fortemente dipendente) Era il 1864 quando la giovane Franka Skraitenmass decise di regalare la propria verginità al povero, almeno dal punto di vista prettamente economico, Peter Guillermann, figlio del fornaio del paese. Da allora sono passati decenni e, ancora oggi, c’è ancora, in ogni parte del mondo, una piccola Franka Skraitenmass che decide di elargire la propria verginità a qualcuno che lo merita davvero. Forse è per questo che il mondo continua ad andare avanti. A volte una chitarra elettrica distorta, possibilmente a un volume elevato, può aiutarci nel periglioso cammino. Per essere più precisi: una chitarra elettrica non ci evita certo di calpestare le varie cacche sparse sulla strada della nostra vita, ma ce le fa sembrare più belle e meno puzzolenti. E altrettanto plausibile che qualche accordo di chitarra, accompagnata da un’armonica, ci possa riportare l’immagine del nostro amore. È la scena mielosa di un film western e/o on the road americano anni 70. Noi, antieroi un po’ disadattati, aspiriamo dalla sigaretta ormai consumata, consapevoli della nostra imminente fine (gli antieroi dei film anni 70 facevano più o meno tutti la stessa fine), ma è proprio questa consapevolezza che ci elargisce quell’aura così fluidamente mitica e, al tempo stesso, polverosa. E lei è lì, che ci osserva nella nostra spavalda e trasognata tracotanza; che spettacolo che siamo, così fragili, così disillusi, eppure così sognatori. Ottimisti. Consideriamo la nostra fine come il coronamento di una vita vissuta tra echi di gloria e mercoledì da leoni. Siamo proprio convinti che quella sarà la scena madre del nostro film. E lei è sempre lì che ci osserva. E noi godiamo come allodole in calore. One more time elevato all’infinito. L’evacuazione totale del parossismo avverrebbe in maniera esplosiva con un finale degno di nota, uno di quegli epiloghi che vengono ricordati per decenni, che vengono tramandati da padre in figlio. Sicuramente i bambini non capirebbero appieno il sentimento delle parole del vecchio nonno che sottolinea orgoglioso un roboante: “Io c’ero.”; il bambino non capisce completamente l’importanza, ma ne percepisce il valore. C’è tempo… da grande capirà quel finale. Uno di quei finali alla Butch Cassady per intenderci: noi da una parte e l’esercito d’altra. Così, a sparare alla luna. Ma prima… poco prima di andare a morire… un valzer. Un valzer poco prima di morire, un valzer con la donna amata. Con il profumo inebriante dei suoi capelli, con il profondo dei suoi occhi, con la morbidezza dei suoi fianchi, con il suono della sua risata. Un valzer con lei, che ci ha amato per quello che siamo, con lei che ha amato le nostre bruttezze e le nostre paure. Un valzer per gioire un’ultima volta insieme a lei. Ancora una volta dentro il film della nostra vita, cercando di lottare contro un banale e squallido script. Non lesiniamo sulla colonna sonora e sulle inquadrature ardite per cortesia. È il nostro film, e anche se avrà successo non avrà un seguito. Un’endovena con tutto il budget previsto per il nostro lungometraggio dritta nelle vene e nel cervello. Fanculo i critici. È il nostro film e deve essere meraviglioso. L’antieroe viveva anche nei film europei degli anni 70, quelli con i personaggi malavitosi. Un morriconiano Clan dei Siciliani potrebbe evocarci un copione epico lungo un chilometro. Altro che disillusione. Sguazziamo fradici nel regno che confina con la sconfitta e col fallimento. Ma quanta poetica forza in quel fallimento, quanta dignità. L’eterna lotta con il vecchio e beffardo destino si fa elegia. Ma, alla fine, la fine non è poi così importante. Se cercassimo invece di ritrovare la voglia di giocare, avremmo risolto gran parte dei nostri problemi, penso, e non staremmo a invocare una improbabile, galvanizzante, quanto entusiasmante fine. Giochiamo. Al resto penseremo più tardi. 
lunedì, 24 gennaio 2005
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