Elogio Dello Stordimeto - Capitolo N(X.T) - Surface To Air
SONO UN RITARDATO
Appartengo alla categoria dei ritardati. Uno di quelli che aspettava che l’aspirapolvere ipertecnologico della propria madre si rompesse per poterlo trasformare in astronave dei playmobil, che però poi, quando si è rotto, io ero già all’università e non giocavo più coi playmobil. Oppure che quando l’altro giorno ero sul raccordo anulare e sfrecciavo a 140 sulla mia berlina dai lineamenti coupeiani verdi smeraldo e nell’abitacolo rimbombava impetuosa la colonna sonora di star wars, io pensavo che se in quel preciso momento avessi avuto 13 anni sarei stato in assoluto la persona più felice dell’universo. Ma non avevo 13 anni, ed ero in ritardo. O quando uno si trova a baciare, anni dopo, il vecchio grande amore di quando si era adolescenti; l’orgoglio ne gioisce sì, ma se la cosa fosse accaduta 15 anni prima, l’intera storia sarebbe differente. Forse. Sempre in ritardo. Ho i soldi necessari per soddisfare le velleità bramate di quando ero un squattrinato universitario, ma non ho il tempo che avevo in quegli anni. Ho un PC e una consolle degna dell’Enterprise, con un televisore LCD da 42 pollici e un sistema audio da panico, col subwoofer che pompa vigoroso e devastante sotto il letto, che mi fa sobbalzare ad ogni sospiro, ho videogiochi emulatori di realtà più reali di una scala reale, e armi… ho tante di quelle armi cazzute che manco Bush se le sogna, però non ho lo stesso entusiasmo videoludico di quando ero un quindicenne sfigato. Ho visto i film di Bruce Lee quando avevo già maturato una componente critica da cinefilo critico, la stessa che non mia ha fatto apprezzare appieno le evoluzioni acrobatiche dell’orientale. Non sono stato ad Amsterdam quando vivevo protetto dalla soffice ala del THC. Non sono stato a un concerto di Vasco Rossi, quando Fegato Spappolato era il mio Rosario.
Ma in fondo mi va bene così. Ho tutto ciò che non ho avuto, e tutto quello che non ho avuto ha alimentato la mia sfrenata immaginazione. Ho avuto la droga nel periodo giusto. Ho avuto la nicotina che mi ha aiutato nel processo socializzante. Ho avuto l’alcol che ha leso i freni inibitori. Ho avuto la consapevolezza che gli altri erano come me. Ho avuto amici che erano nella mia stessa situazione. Continuo a frequentarli. Ho avuto i Lego, dio benedica i Lego. Voglio ancora creare una colonia di formiche e voglio vedere Veltroni Imperatore. Voglio ballare. Ancora.
In fondo, non è mai troppo tardi. Ho due biglietti per il concerto di sabato dei Chemical Brothers. E forse possiedo ancora il necessario atteggiamento per affrontarlo.
Va bene, l'ho capito! Mi avete convinto! I giochi a premi della televisione, da casa sono più facili.
oggi è lunedì 11 giugno del 2007 e sono le 13:15 ed io mi sono rotto le palle de "la paranza".
L’Impero della Letargia
Capitolo I
L’Alba dell’Uomo Letargico
Uno sparuto gruppo di famelici avvoltoi gozzovigliava sui resti delle carogne di quella che poco prima era stata una coppia di grossi felini, e l’enorme e arancione sole, che sostava a metà altezza indicando il sud, coceva l’immensa distesa desertica, all’apparenza svuotata di ogni forma di vita. In realtà, il tappeto senza fine di granelli di sabbia era un incessante brulicare di insetti, anch’essi alla frenetica ricerca di cibo. Lo stile di vita di ogni creatura vivente era ricondotto alla fatica senza tregua e alla lotta più brutale, unici atteggiamenti necessari alla sopravvivenza.
In quello scenario selvaggio anche i primati più progrediti lottavano per ritagliarsi il proprio spazio nel percorso evolutivo. Ominidi irti e curvi, che grugnivano e si azzannavano per una zampa di facocero, sgobbavano tutto il giorno per avere la possibilità di rivedere sorgere il sole il giorno successivo.
Il gruppo di avvoltoi concluse il banchetto e volò via, e le tenebre calarono dispotiche sulla arida regione. La lunga e fredda notte avvolse ogni cosa nelle proprie spire. Solo le bestie della notte trovavano la loro giusta dimensione in quella oscurità che pareva non dovesse finire mai.
Ma a un certo punto un tenue raggio balenò dal profondo. Poi un altro. E poi un altro ancora. I raggi aumentavano di numero e di intensità, e la brulla superficie s’illuminò gradualmente.
Il monolito era lì, al centro della radura. Nero, lucente e perfettamente squadrato.
L’ominide, curvo, con le zampe che lambivano il suolo, gli si avvicinò titubante, pavido ma incuriosito. Lo annusò, quindi scappò via. Poi, grazie a una sferzata di incauta curiosità, tornò sui suoi passi e gli si avvicinò nuovamente. Il desiderio fu impulsivo, distese la zampa anteriore e sfiorò l’oggetto. Un vigoroso grugnito, embrionale e arcaica forma di ostentazione di fierezza, squarciò l’aria. L’ignorante ominide dopo un po’, stufo della novità, di cui non comprendeva ancora il senso, e assalito da una consistente percezione di fame, tornò alle sue consuete abitudini: si lanciò nella caccia.
Dopo aver inseguito, per un tempo che la sua mente limitata considerò infinito, un cinghiale, riuscì a tramortire questo e cominciò a squartarne e sviscerarne ogni parte commestibile.
L’ominide si ritrovò, esausto dalla corsa e satollo del pasto, seduto ad osservare la carcassa dell’animale.
Osservò.
Osservò ancora.
E ancora.
E lì, scattò qualcosa.
La scintilla brillò nei suoi gangli.
La luce raggiò il suo intelletto.
Capì.
Come non aveva mai fatto prima.
Scoprì l’assioma.
Comprese il sillogismo.
Lanciò in aria una delle ossa del cinghiale, e questa, dopo aver roteato verso il firmamento, precipitò, ai suoi occhi rischiarati, con una nuova foggia.
Si mise all’opera e, rovistando fra i resti dell’animale, trovò i componenti da utilizzare.
Tornato al monolito, si costruì un giaciglio, un comodo giaciglio.
Si stravaccò sul giaciglio. Osservò il monolito nero, immobile, a pochi metri davanti a lui.
La sua mente elaborava a velocità elevatissima.
Fatico quando vado a cacciare - Caccio per poter mangiare - Mangio per compensare alla fatica della caccia:
Se io non fatico, io non ho bisogno di mangiare.
L’ominide premette il tasto sulla scatoletta che aveva costruito con i resti recuperati dalla carcassa del cinghiale e il monolito si accese.
Un luminoso schermo LCD si palesò sul monolito illuminando l’ambiente.
La compagna dell’ominide si avvicinò grugnendo.
- Non rompere i coglioni! – disse l’ominide maschio – Se mi porti un po’ di fettine di facocero ti faccio vedere un po’ di quelle stronzate che piacciono a te. -
L’evoluzione aveva fatto un nuovo passo.
- E portami una birra! – concluse l’ominide maschio.