L’Impero della Letargia
Capitolo I
L’Alba dell’Uomo Letargico
Uno sparuto gruppo di famelici avvoltoi gozzovigliava sui resti delle carogne di quella che poco prima era stata una coppia di grossi felini, e l’enorme e arancione sole, che sostava a metà altezza indicando il sud, coceva l’immensa distesa desertica, all’apparenza svuotata di ogni forma di vita. In realtà, il tappeto senza fine di granelli di sabbia era un incessante brulicare di insetti, anch’essi alla frenetica ricerca di cibo. Lo stile di vita di ogni creatura vivente era ricondotto alla fatica senza tregua e alla lotta più brutale, unici atteggiamenti necessari alla sopravvivenza.
In quello scenario selvaggio anche i primati più progrediti lottavano per ritagliarsi il proprio spazio nel percorso evolutivo. Ominidi irti e curvi, che grugnivano e si azzannavano per una zampa di facocero, sgobbavano tutto il giorno per avere la possibilità di rivedere sorgere il sole il giorno successivo.
Il gruppo di avvoltoi concluse il banchetto e volò via, e le tenebre calarono dispotiche sulla arida regione. La lunga e fredda notte avvolse ogni cosa nelle proprie spire. Solo le bestie della notte trovavano la loro giusta dimensione in quella oscurità che pareva non dovesse finire mai.
Ma a un certo punto un tenue raggio balenò dal profondo. Poi un altro. E poi un altro ancora. I raggi aumentavano di numero e di intensità, e la brulla superficie s’illuminò gradualmente.
Il monolito era lì, al centro della radura. Nero, lucente e perfettamente squadrato.
L’ominide, curvo, con le zampe che lambivano il suolo, gli si avvicinò titubante, pavido ma incuriosito. Lo annusò, quindi scappò via. Poi, grazie a una sferzata di incauta curiosità, tornò sui suoi passi e gli si avvicinò nuovamente. Il desiderio fu impulsivo, distese la zampa anteriore e sfiorò l’oggetto. Un vigoroso grugnito, embrionale e arcaica forma di ostentazione di fierezza, squarciò l’aria. L’ignorante ominide dopo un po’, stufo della novità, di cui non comprendeva ancora il senso, e assalito da una consistente percezione di fame, tornò alle sue consuete abitudini: si lanciò nella caccia.
Dopo aver inseguito, per un tempo che la sua mente limitata considerò infinito, un cinghiale, riuscì a tramortire questo e cominciò a squartarne e sviscerarne ogni parte commestibile.
L’ominide si ritrovò, esausto dalla corsa e satollo del pasto, seduto ad osservare la carcassa dell’animale.
Osservò.
Osservò ancora.
E ancora.
E lì, scattò qualcosa.
La scintilla brillò nei suoi gangli.
La luce raggiò il suo intelletto.
Capì.
Come non aveva mai fatto prima.
Scoprì l’assioma.
Comprese il sillogismo.
Lanciò in aria una delle ossa del cinghiale, e questa, dopo aver roteato verso il firmamento, precipitò, ai suoi occhi rischiarati, con una nuova foggia.
Si mise all’opera e, rovistando fra i resti dell’animale, trovò i componenti da utilizzare.
Tornato al monolito, si costruì un giaciglio, un comodo giaciglio.
Si stravaccò sul giaciglio. Osservò il monolito nero, immobile, a pochi metri davanti a lui.
La sua mente elaborava a velocità elevatissima.
Fatico quando vado a cacciare - Caccio per poter mangiare - Mangio per compensare alla fatica della caccia:
Se io non fatico, io non ho bisogno di mangiare.
L’ominide premette il tasto sulla scatoletta che aveva costruito con i resti recuperati dalla carcassa del cinghiale e il monolito si accese.
Un luminoso schermo LCD si palesò sul monolito illuminando l’ambiente.
La compagna dell’ominide si avvicinò grugnendo.
- Non rompere i coglioni! – disse l’ominide maschio – Se mi porti un po’ di fettine di facocero ti faccio vedere un po’ di quelle stronzate che piacciono a te. -
L’evoluzione aveva fatto un nuovo passo.
- E portami una birra! – concluse l’ominide maschio.