Maquiladora:
>> “comunque, se ci tieni a scrivere un post alla pari di imagine, allora attendiamo fiduciosi.”
Io non sono fatto per avere un blog. Nel senso classico, diciamo. Non sono uno che scrive tanto. Penso, realmente, che a pochi possano interessare i miei cazzi, e non sono sufficientemente egocentrico per pretendere che le mie considerazioni sulle questioni della vita possano avere un qualche peso su chi legge queste righe. Ma sono avido di stimoli e altrettanto presuntuoso per accettare la sfida.
Diciamocelo, la sfida, che neanche si avvicina lontanamente a quella tra il primo Rocky e Apollo Creed, stabilisce il definitivo punto di rottura fra questo blog e quelli che finora l’hanno letto. Avere una simile velleità, è quantomeno deleterio ai fini della mera esistenza di questo blog. Comunque, ho la consapevolezza che riuscire a scrivere un post che eguagli Imagine di John Lennon, equivale a riuscire a fermare un proiettile con la carta igienica, ed è, quindi, matematicamente e fisicamente impossibile. Mi si dia atto di questa consapevolezza. Mi si paragoni a un concorrente della Corrida di Corrado.
Ok.
Non può succedere niente di male.
Io, imbottito di THC e alcol (conditio sine qua non), sono pronto.
"Un post come Imagine di John Lennon."
Un primo maggio romano di alcuni anni fa è rimasto piacevolmente incastrato fra i miei ricordi più vivi. Un cielo plumbeo decolorava i graffiti del Forte Prenestino. Qualche goccia di pioggia. Neanche un ombrello. Il suono dei bassi, che ti scuote il cuore, pompava veemente sin dalla passerella all’entrata della vecchia costruzione. Più ci si addentrava e più il suono aumentava. Il poco alcol nelle vene rendeva tutto meno distante e aiutava il percorso dei bassi, i quali esploravano curiosi le cavità del mio povero corpo. La musica variava in maniera sconclusionata; non ci giurerei, ma credo che, a un certo punto, ci sia stato pure un valzer. Insomma, in giro c’era davvero una strana atmosfera. Terreno fertile per fruire sostanze strane. Apertura mentale ottimale per accogliere il nettare della comunione assoluta. E via, allora, senza pensarci troppo. Tra un sorriso e un balletto dinoccolato. Tutti insieme.
E fu proprio all’apice del parossismo indotto che avvenne il miracolo.
La pioggia cominciò a precipitare più copiosa. Centinaia di persone ballavano sul terreno fangoso con le braccia alzate. Ognuno si apriva alla pioggia e sembrava dissetarsi con la vita delle minuscole gocce d’acqua. I bassi cominciavano a cavalcare estasiati i globuli rossi di chiunque. Innumerevoli teste ritmavano all’unisono quel suono così atavico. Sembravamo la tribù del finale del film “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?” di Ettore Scola. Si ballava. Insieme, sotto la cappa di smog della metropoli che ci vuole distanti, sotto il grigio e sotto la pioggia. Ogni tanto il mio sguardo cadeva su quelle facce felici; lo sguardo di molti cadeva sulla mia faccia, felice. Senza la necessità di parlare, ma con il bisogno, basico, di muovere il proprio corpo per manifestare qualcosa che avevamo dentro e che sarebbe risultato difficile descrivere con le parole. Le sensazioni volavano da una figura all’altra contagiando l’ambiente, come una peste benevola. Girotondi infantili e scarpe infangate. La musica che, glissando le gocce, planava su di noi e s’impossessava dei nostri movimenti. Movimenti scomposti, tutt’altro che coordinati. Era il trionfo dell’utopia del villaggio globale, era il palesarsi della canzone di John Lennon. Era il tripudio della pace e dell’amore.
Ok, tutte quelle sensazioni erano (anche) coatte, ma sono convinto che, in quel momento, tutti noi stavamo vivendo un sogno, uno dei tanti. Per molti, come per me, il sogno per antonomasia.
Il famigerato, irraggiungibile, ingenuo e disperato sogno di un mondo migliore.
Ecco.