
(non è facile per un ottimista come me, che vede sempre il bicchiere mezzo pieno… ma mi sforzerò)
Un post nero come il rumore dello svolazzare delle mosche su una carogna, nero come il futuro del malato, nero come la notte per la zanzara che verrà spiaccicata al muro da un giornale che ti spiega come guadagnare tanti soldi in poco tempo. Nero come il nero che simboleggia il male, sin dalla notte dei tempi. Nero come la parte laterale dei nostri cuori. Quel nero che ti fa invidiare gli amici e ti suggerisce di augurare qualcosa di brutto a un conoscente. Nero come il nero. Che bello il nero quando è nero più del nero. Nero come Zorro e Batman. Un post nero non è facile da scrivere. C’è sempre una punta di colore che mi distrae. Devo entrare nel nero più nero. Più nero del buco del culo di un nero in una notte senza luna. Nero come il catrame che si sta organizzando nei miei polmoni di giovane (ex giovane è meglio) spavaldo fumatore. No… non ci siamo… Ummagumma dei PF non mi agevola… provo con Bach (Matthaus-Passion)…
Cazzo… questa si che è la giusta musica per un post nero… e porca troia.
Il corvo stremato spingeva a forza le ali… la pioggia gli aveva reso le piume pesanti come macigni. Planò sulla croce del Cristo agonizzante. Proprio quando Egli domanda al Padre perché l’avesse abbandonato. Lo stesso corvo che illuminò il tafofobico Poe. Lo stesso corvo, che fulgido del nero corvino, rifletteva sulle proprie palle degli occhi la visione tetra e veritiera del mondo. Un mondo che ingrassava e chiudeva in se stesso. Un mondo cresciuto a suon di guerre e che fa leva sull’avidità di tutti noi. E se Kubrick ha colto in pieno il nero, manifestandolo nello sguardo accigliato (col capo inclinato) di Alex e Palladilardo il senso distorto di una visione, vuol dire che il nero scorre ancora nelle vene del nipote della scimmia. Il nero, pensiero incontaminato del shakespeariano Aronne, la figura più fulgida e lampante del male più puro, talmente luminosa nel proprio nero, da farci provare un’elevata ammirazione nei suoi confronti. Il nero della cultura più popolare, quella del babau, quella di Dart Vader, che imbrigliato in una scenografia più nera di lui, scopre l’esistenza della propria figlia e quindi la possibilità della continuazione generazionale del Lato Oscuro. Il nero, così affascinante, come ci aveva avvertito Yoda. Il nero della Notte sul Monte Calvo. Il demone che, nel nero della notte e dei propri pensieri, richiama a se l’orda oscura, espulsa dalle profondità più putride della vita. Dal nero delle crepe delle faglie del mondo. Il nero dei miei occhi mi dice che dovrei aggrottarli di più. Perché il male sa anche essere sublime nel proprio disegno. Comincia piano, sibilando una volontà. E noi ci accorgiamo appena del suo alito. E quindi ci incupiamo nella volontà di ascoltare quel sibilo. Ci raccogliamo prestando orecchio, già velleitario di rappresaglia. Ci si aggrotta. Si implode posturalmente. E si ascolta quel rantolo tutt’altro che moribondo. E poi, improvvisamente, senza avvertimenti, esplodiamo fragorosi, spargendo schegge come proiettili, che speriamo possano ferire qualcuno. Ci si gonfia nella propria forza, la vigorosa forza elargita dalla parte recondita e nera dell’animo. E se fosse possibile, in un tripudio di odio, si spiegherebbero le ali membranate, gagliarde e sfrontate, quelle ali dalle fattezze maligne, da topo che vola. E il lato oscuro avrebbe finalmente il controllo di noi. E finalmente saremmo convinti di sapere tutto. Perché mai siamo stati così consapevoli, mai così forti e potenti. Dalla cima del monte possiamo finalmente vomitare i nostri sogni più disdicevoli, consapevoli che quelli stessi, a breve, si avvereranno. È semplicemente il parossismo più elevato, quello che tende all’infinito. Possiamo finalmente fare amicizia con gli incubi della nostra esistenza, e in più, adesso, li comandiamo pure. Finalmente l’apocalisse del mondo che ci circonda è appena cominciato. Noi, novelli colonnelli Kurtz, in pieno delirio di onnipotenza, speriamo di dominare e regolare l’esistenza di quelli che ci circondano. E siamo sicuri di essere nel giusto. Siamo convinti di riconoscere la oggettiva genialità di quei gesti che a molti sembrerebbero deliranti, che scaturirebbero orrore. Il nero è orrore. Sin dalla notte dei tempi. E noi, fobici quali siamo, rifugiamo e al tempo stesso ricerchiamo quell’orrore primordiale, scandito dal battito regolare della vita che scorre. Il nero è male per gli altri, ma al tempo stesso è bene per noi. E questo è l’unico e titanico freno dell’umanità