The Last Waltz
(appunti Warp 8 di un neo fico d’indiablogger – ovvero: uno fortemente dipendente)
Era il 1864 quando la giovane Franka Skraitenmass decise di regalare la propria verginità al povero, almeno dal punto di vista prettamente economico, Peter Guillermann, figlio del fornaio del paese. Da allora sono passati decenni e, ancora oggi, c’è ancora, in ogni parte del mondo, una piccola Franka Skraitenmass che decide di elargire la propria verginità a qualcuno che lo merita davvero. Forse è per questo che il mondo continua ad andare avanti.
A volte una chitarra elettrica distorta, possibilmente a un volume elevato, può aiutarci nel periglioso cammino. Per essere più precisi: una chitarra elettrica non ci evita certo di calpestare le varie cacche sparse sulla strada della nostra vita, ma ce le fa sembrare più belle e meno puzzolenti. E altrettanto plausibile che qualche accordo di chitarra, accompagnata da un’armonica, ci possa riportare l’immagine del nostro amore. È la scena mielosa di un film western e/o on the road americano anni 70. Noi, antieroi un po’ disadattati, aspiriamo dalla sigaretta ormai consumata, consapevoli della nostra imminente fine (gli antieroi dei film anni 70 facevano più o meno tutti la stessa fine), ma è proprio questa consapevolezza che ci elargisce quell’aura così fluidamente mitica e, al tempo stesso, polverosa.
E lei è lì, che ci osserva nella nostra spavalda e trasognata tracotanza; che spettacolo che siamo, così fragili, così disillusi, eppure così sognatori. Ottimisti. Consideriamo la nostra fine come il coronamento di una vita vissuta tra echi di gloria e mercoledì da leoni. Siamo proprio convinti che quella sarà la scena madre del nostro film. E lei è sempre lì che ci osserva. E noi godiamo come allodole in calore. One more time elevato all’infinito.
L’evacuazione totale del parossismo avverrebbe in maniera esplosiva con un finale degno di nota, uno di quegli epiloghi che vengono ricordati per decenni, che vengono tramandati da padre in figlio. Sicuramente i bambini non capirebbero appieno il sentimento delle parole del vecchio nonno che sottolinea orgoglioso un roboante: “Io c’ero.”; il bambino non capisce completamente l’importanza, ma ne percepisce il valore. C’è tempo… da grande capirà quel finale. Uno di quei finali alla Butch Cassady per intenderci: noi da una parte e l’esercito d’altra. Così, a sparare alla luna.
Ma prima… poco prima di andare a morire… un valzer. Un valzer poco prima di morire, un valzer con la donna amata. Con il profumo inebriante dei suoi capelli, con il profondo dei suoi occhi, con la morbidezza dei suoi fianchi, con il suono della sua risata. Un valzer con lei, che ci ha amato per quello che siamo, con lei che ha amato le nostre bruttezze e le nostre paure. Un valzer per gioire un’ultima volta insieme a lei. Ancora una volta dentro il film della nostra vita, cercando di lottare contro un banale e squallido script. Non lesiniamo sulla colonna sonora e sulle inquadrature ardite per cortesia. È il nostro film, e anche se avrà successo non avrà un seguito. Un’endovena con tutto il budget previsto per il nostro lungometraggio dritta nelle vene e nel cervello. Fanculo i critici. È il nostro film e deve essere meraviglioso.
L’antieroe viveva anche nei film europei degli anni 70, quelli con i personaggi malavitosi. Un morriconiano Clan dei Siciliani potrebbe evocarci un copione epico lungo un chilometro. Altro che disillusione. Sguazziamo fradici nel regno che confina con la sconfitta e col fallimento. Ma quanta poetica forza in quel fallimento, quanta dignità. L’eterna lotta con il vecchio e beffardo destino si fa elegia. Ma, alla fine, la fine non è poi così importante. Se cercassimo invece di ritrovare la voglia di giocare, avremmo risolto gran parte dei nostri problemi, penso, e non staremmo a invocare una improbabile, galvanizzante, quanto entusiasmante fine.
Giochiamo. Al resto penseremo più tardi.
